Dice di non essere un boss, ma parla da capomafia, quasi sempre al plurale. Giuseppe Graviano, condannato per le bombe che uccisero Falcone, Borsellino e poi insanguinarono l’Italia nel 1993, rompe un silenzio che durava da 26 anni, da quando l’avevano arrestato a Milano. E chiama in causa Silvio Berlusconi. Dichiarando di averlo incontrato «per tre volte», l’ultima «poco prima del Natale 1993», quando era latitante.
