«Facciamo quello che vogliamo, quasi quasi». Così uno degli indagati nella maxioperazione “Tre croci” spiegava a un sodale la capacità nel fare evitare controlli ai container nei quali erano nascosti i carichi di cocaina che arrivavano al porto di Gioia Tauro. Nel grande scalo portuale, come sostengono GdF e Dda di Reggio Calabria, operava un gruppo di portuali al soldo della ‘ndrangheta, che fungeva da cerniera di trasmissione tra i cartelli della droga latinoamericani e le cosche che acquistavano la cocaina. Il sistema, però, sempre secondo la Procura antimafia reggina, avrebbe goduto anche della compiacenza di alcuni funzionari della Dogana di Gioia Tauro, elemento essenziale per fare passare indenni i controlli allo scanner dei contenitori dove era nascosta la coca. I tre doganieri finiti nell’inchiesta stanno affrontando il processo davanti al Tribunale di Palmi, nel troncone ordinario del procedimento, e su di loro ha testimoniato il maresciallo Stefano Zoccali, del Nucleo Pef della Guardia di Finanza di Reggio Calabria.
