Kalashnikov, fucili da guerra, arsenali pieni di munizioni. Pistole calibro 9 luger, WPPK, cal. 44 magnum. Tutte con matricola abrasa o punzonata, armi fantasma ma in grado di uccidere. E poi traffico e spaccio di hashish e marijuana. Due business, un’unica organizzazione, una sola matrice. La ‘ndrangheta.
A gestire la rete criminale in grado di controllare intere piantagioni di canapa, nascoste negli anfratti più impervi dell’Aspromonte, e di inondare il reggino di armi pesanti e da guerra erano uomini vicinissimi o organici ai clan Commisso e Cataldo, fra i più attivi della Locride.
