Gioia Tauro, ricostruita la “caccia” ai portuali che esfiltravano la coca

Non è un’esagerazione definirla una delle inchieste contro il narcotraffico più importanti degli ultimi 20 anni. I numeri, in questo caso, giocano a favore: più di 4 tonnellate di cocaina sequestrate, per un valore al dettaglio di circa 800 milioni di euro; 25 condanne in abbreviato per un totale di 236 anni di carcere. Al centro dell’inchiesta “Tre croci” c’è il porto di Gioia Tauro, attori protagonisti, un manipolo di presunti portuali infedeli che sarebbero stati al soldo delle cosche di ‘ndrangheta e avrebbero messo in piedi un sistema per portare fuori dallo scalo i carichi di cocaina giunti dall’America Latina. Sono proprio quei portuali l’oggetto della lunga testimonianza prestata al Tribunale di Palmi, dove si sta celebrando il rito ordinario, dal luogotenente della Gdf Riccardo Lavalle, militare che ha firmato una delle informative finite nell’ordinanza di custodia cautelare. Secondo la ricostruzione delle Fiamme gialle, i portuali sarebbero stati prima di tutto degli intermediari che «si rapportavano con i narcotrafficanti esteri e committenti dell’importazione per il compimento delle attività delittuose funzionali alle esfiltrazioni del narcotico, il trasporto fuori dall’area portuale e la consegna della sostanza».