Brusca fa i conti con il passato nel dialogo con il prete antimafia. “Per me non può esserci perdono ora voglio fare volontariato”

Di buon mattino, va a fare la spesa. Poi, rientra nel suo piccolo appartamento e si dedica alle pulizie, prepara qualcosa per pranzo. A tavola, apparecchia sempre per una persona. Giovanni Brusca, il boss che il 23 maggio 1992 fa ha azionato il telecomando della strage di Capaci, il mandante dell’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo, è un uomo libero da tre anni, dopo averne scontati 25 in carcere da collaboratore di giustizia. «Il paradosso è che questa libertà me l’ha donata il magistrato che ho ucciso, Giovanni Falcone», ripete a don Marcello Cozzi, il sacerdote lucano ex vicepresidente di Libera, componente della commissione voluta da Papa Francesco per la scomunica alle mafie. «Brusca fa riferimento alla legge sui collaboratori ispirata proprio dal giudice Falcone — spiega il sacerdote, che da anni intrattiene un dialogo con l’ex capomafia di San Giuseppe Jato un tempo fidatissimo di Totò Riina — quelle norme si sono rivelate uno straordinario strumento per sconfiggere la Cosa nostra delle stragi». «Ma poi davvero sono un uomo libero?», si chiede Giovanni Brusca nelle giornate interminabili a casa.