C’era il rischio che «Mario Merola» cantasse e allora l’attivista dal doppio volto si precipitò in carcere, con il tesserino di assistente parlamentare. «Siamo consumati», disse Antonello Nicosia al compare mafioso, ma alla fine si rivelò un falso allarme. Domenico Maniscalco, detto «Mario Merola», non si era affatto pentito e non aveva voglia di cantare con gli investigatori. Insomma, dietro le frequenti puntate nelle carceri italiane da parte di Nicosia secondo l’accusa c’era davvero un po’ di tutto. Dai progetti per un paio di taglieggiamenti, ai «monitoraggi» nei confronti dei reclusi che soffrivano un po’ troppo la detenzione e qualcuno aveva ragione di temere un cedimento.
